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 Rapporto sulle chiese abbandonate -conferenza 9/12
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Marcello Mottola
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Posted - 09 dicembre 2008 :  17:53:08  Show Profile  Visit Marcello Mottola's Homepage  Send Marcello Mottola an AOL message  Click to see Marcello Mottola's MSN Messenger address
Martedì 9 dicembre 2008 si è svolta, presso la Stazione Marittima di Napoli, negli Uffici Lauro.it, la conferenza stampa “Rapporto sul degrado del patrimonio chiesastico napoletano” organizzata dal Comitato Civico di S. Maria di Portosalvo.
Dopo il saluto dell'On. Salvatore Lauro, sono intervenuti Antonio Pariante, presidente del Comitato civico S. Maria di Portosalvo, Fabio Copellino, vicepresidente del Comitato, che ha colto l'occasione per presentare agli adetti stampa il sito internet www.portosalvo.org/ps, lo storico d'arte Vincenzo Rizzo, Marcello Mottola e Marianna Vitiello, esperti in diagnostica e restauro dei Beni Culturali.
La conferenza stampa, nata dalla volontà di Antonio Pariante, ha voluto collocarsi in un momento molto critico per il patrimonio artistico di Napoli al fine di sottolineare la valenza storico-artistica e l’importanza straordinaria di tale patrimonio, purtroppo abbandonato da anni all’incuria e al degrado, sottolineando le possibilità del suo recupero e della sua riqualificazione.
Cogliendo l’occasione della visita a Napoli, dal 9 al 12 dicembre, degli Ispettori dell’Unesco con a capo Mechild Rossler, responsabile Unesco dei siti europei, il Comitato di S. Maria di Portosalvo ha mostrato 105 immagini chiese e cappelle in degrado e chiuse al culto da molti decenni.
Tale immagini, visibili sul sito nella sezione Chiese Abbandonate, sono state tratte dal nuovo lavoro del lo storico dell’arte prof. Antonio Lazzarini intitolato “Splendori e decadenza di cento chiese napoletane”.
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Edited by - Marcello Mottola on 09 dicembre 2008 18:22:55

Marcello Mottola
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Posted - 09 dicembre 2008 :  17:55:44  Show Profile  Visit Marcello Mottola's Homepage  Send Marcello Mottola an AOL message  Click to see Marcello Mottola's MSN Messenger address
Indicazioni per una gestione qualificata del patrimonio chiesastico di Napoli

Conferenza Stampa del 9/12/08 di Marcello Mottola

Dal più recente censimento delle chiese storiche della città di Napoli risulta che ne esistono ben 448.
200 di questi edifici, compresi tra chiese e cappelle gentilizie, risultano essere soggette a fenomeni di alterazione e di degrado che pregiudicano l’integrità fisica dell’opera e, di conseguenza, i valori d’autenticità e di irripetibilità. Pertanto siccome la consistenza fisica rappresenta il fattore portante della duplice polarità estetica e storica, allo stato attuale dei fatti tali manufatti sono seriamente a rischio. Spetta dunque alle procedure di restauro la valorizzazione che queste opere d'arte meritano sia sotto il profilo della duplice valenza storico-artistica sia per quanto concerne il ripristino ed il recupero dell’unicità del bene, capace di essere elemento attrattivo per lo studio, il turismo e la didattica.
Parlare di metodologia di restauro applicato ad un così vasto patrimonio monumentale appare complicato proprio perché il patrimonio rappresenta un variegato complesso di testimonianze storico-artistiche, che necessitano di un molteplice sviluppo di risorse e di energie volte alla salvaguardia, alla tutela al fine di ottenere una corretta affermazione dell’identità culturale che, soprattutto nei grandi centri, rischia di essere snaturata o di scomparire, per incuria, degrado o per interventi poco attenti.
Le opere di conoscenza e di tutela non possono limitarsi a prendere in considerazione le emergenze architettoniche più rilevanti, ma devono estendersi alla complessità di relazioni, che concorrono tra restauro conservativo, architettura e riqualificazione urbanistica.
Singoli e puntiformi interventi sui 300 edifici di culto in degrado a Napoli non sono sufficienti ad operare una salvaguardia duratura di queste testimonianze se non vengono inseriti in una logica di interventi strategici, che puntino a rimuovere i fattori che hanno generato il degrado, recuperando e riproponendo un rapporto tra il manufatto e l’ambiente circostante.
Ciò significa concepire l’intervento di restauro sull’emergenza architettonica come momento di un processo più generale di tutela e di riqualificazione esteso al tessuto storico, al luogo, alla comunità che li vive ed al paesaggio. Tale risposta critica costituisce una più opportuna prassi di intervento di recupero e di restauro.
L’integrità del centro storico di Napoli, e nello specifico del suo patrimonio chiesastico, prevede una presa di coscienza più ampia, alla cui base c’è l’intervento di restauro qualificato che costituisce solo uno degli aspetti di una politica di programmazione estesa.
I campi di applicazione devono moltiplicarsi sino a costituire una vasta rete di settori sempre in collegamento tra loro e sempre pronti alla cooperazione al fine di risollevare i monumenti da una condizione di marginalità territoriale, movente primario dell’abbandono degli edifici più fragili e meno tutelati.
Il centro storico di Napoli va dunque considerato come un Sistema Culturale ampio alla stregua di un sito archeologico e come tale deve essere consegnato alla visita ed al pubblico secondo un criterio preciso, che da un lato sottopone il Bene Culturale al passaggio obbligatorio di atti conservativi, mentre dall’altro rende indispensabile l’acquisizione dei dati relativi alla storia del Bene e del suo complesso, ai servizi ed alle infrastrutture ad esso collegate.
Un obbiettivo prioritario nella conservazione, specie se si desidera definire delle nuove strategie e lavorare per una migliore gestione e valorizzazione di un sito così vasto (ricordiamo a tal proposito che il nucleo antico della città di Napoli è di circa 700 ettari sviluppatosi in un arco di 2.000 anni di storia), è elaborare dal punto di vista progettuale un Piano di Manutenzione Programmata esteso sia ai monumenti che all’ambiente circostante.
In fase progettuale le attività restaurative e manutentive non sono rivolte al solo manufatto monumentale, ma comprendono tutti quei servizi e quelle infrastrutture che ne permettono la conoscenza, sia in funzione di una valenza turistica che culturale.
Ciò significa che una corretta programmazione prende forma e si concretizza nell’ambito di un’attività progettuale che vede coinvolti, su differenti ed intercomunicanti livelli, professionalità scientifiche ed operatori tecnici, enti di gestione territoriale e centri di ricerca, enti preposti alla tutela ed università, ed infine infrastrutture pubbliche e private sino ai fornitori di ospitalità e di servizi.
Certamente il fulcro di un sistema di manutenzione programmata si identifica con il bene ed il suo Luogo, ma ciò si ottiene in modo corretto operando su vari livelli in grado di determinare il rapporto tra il bene ed il territorio, attraverso il giusto grado di valorizzazione in termini culturali ed economici.
Quindi per identificare una strategia di manutenzione ordinaria ed integrata dei beni architettonici di Napoli, concepita sulla base delle informazioni sul valore, sulle indagini materiche e soprattutto sulla vulnerabilità dell’Oggetto, è necessario realizzare un Progetto di Manutenzione Programmata del Centro Storico di Napoli da svolgersi nell’arco cronologico di più anni.
In fase preliminare tale progetto di restauro comprende sotto il profilo tecnico le analisi dei differenti fattori che provocano la vulnerabilità del Sistema Culturale: prima di qualsiasi intervento bisogna infatti tener conto dei differenti fattori naturali o antropici di pericolosità presenti sul sito, così come bisogna valutare la fragilità delle strutture architettoniche stesse.
L’analisi sul tema della vulnerabilità del complesso e del suo contesto diventa l’oggetto di un Piano Operativo per il riconoscimento dei requisiti preliminari per la Manutenzione e il Restauro.
In assenza di queste informazioni è impossibile definire un Piano Operativo di Restauro e di conseguenza tutte quelle tipologie di intervento diretto ed indiretto che ne derivano. E non è nemmeno possibile identificare quali siano gli standard migliori da adottare a livello di conservazione e di sicurezza. Questi standard infatti devono tenere conto al tempo stesso dei fattori di pericolosità presenti sul territorio, della vulnerabilità intrinseca e del loro eventuale utilizzo turistico.
In questo senso il restauro diviene una procedura corretta che, partendo da un’analisi dell’oggetto e delle sue condizioni attuali, identifica un programma di intervento che prevede le scadenze, le risorse professionali ed i mezzi finanziari necessari, ponendosi come fine ultimo l’obiettivo di conservare nel tempo l’efficacia degli interventi conservativi effettuati.
Sempre in fase preliminare la fase investigativa del patrimonio dovrà organizzare l’operato, tenendo presente l’unità del complesso e suddividendolo in settori e sistemi.
Per settore si intende un’area monumentale nella quale possono essere presenti una o più unità monumentali riconducibili ad un unico complesso o, in origine, ad un unico microsistema: a titolo esemplificativo può essere considerato un microsistema l’antico borgo di Tarsia (Limpiano) nel quartiere Avvocata, costituito da numerosi complessi di culto, oggi in degrado, quali la chiesa di san Giuseppe delle scalze a Pontecorvo, la chiesa del Gesù e Maria, il complesso monastico di San Francesco delle Cappuccinelle, che tra il 600 e il 700 costituivano un’unità indipendente della vita monastica, fuori dalle mura della città. Per sistema invece si intendono itinerari, strutture, percorsi didattici, interventi unificati che riguardano tutto il complesso o comunque più settori.
Una volta individuato il settore e le singole unità monumentali che lo compongono si potrà procedere all’analisi dei diversi edifici e delle differenti strutture.
Lo studio riguarderà i caratteri formali, le tecniche costruttive ed artistiche, i materiali utilizzati, la qualità del costruito e dei materiali costituivi. Essi saranno analizzati per identificare la natura, la provenienza, le caratteristiche meccaniche e strutturali, lo stato di conservazione e di conseguenza la loro vulnerabilità.
In conclusione l’insieme delle procedure e delle analisi sopraindicate costituisce il materiale indispensabile per l’elaborazione di un qualificato e qualificante progetto di riqualificazione finalizzato alla manutenzione ed al restauro delle 300 chiese oggi in degrado.
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Marianna Vitiello
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Posted - 09 dicembre 2008 :  17:58:47  Show Profile  Visit Marianna Vitiello's Homepage
Rischi di degrado e metodologie di restauro
Tratto da Conferenza Stampa del 9/12/08 di Marianna Vitiello


John Ruskin sottolineava l’importanza degli interventi di manutenzione e di restauro, rimarcando la notevole complessità ed invasività di qualsiasi opera conservativa capace di interagire con il monumento.
Sotto questo aspetto sembrano di stretta attualità le parole pronunciate nella seconda metà dell’800’ da Ruskin, che diceva “Prendetevi cura dei vostri monumenti e non ci sarà bisogno di restaurarli”. Questa felice intuizione, spesso ripresa, ma ancor più spesso disattesa, sembra essere incalzante oggi, quando discutiamo del patrimonio artistico napoletano.
Spesso il problema della relazione fra l’uomo e le testimonianze materiali del suo passato è stato oggetto di discussione e di pensiero. Si è cercato di stabilire delle norme e di codificare pratiche che permettessero di intervenire sul patrimonio ereditato. La possibilità di un eventuale riutilizzo delle strutture antiche, nel quadro di un progetto architettonico o urbanistico, era in passato il solo criterio considerato valido per scegliere fra la conservazione o l’abbandono.
Invece l’attenzione nei confronti di strutture che avessero perso la loro funzione o che fossero danneggiate al punto da non poterne assumere una nuova, divenivano rovine e ruderi, restando solamente mere o romantiche tracce di un passato appena noto.
In Italia esistono ben 41 siti "Patrimonio dell'Umanità", censiti dall’Unesco dal 1980 ad oggi. Anche il centro storico della città di Napoli rientra in tale censimento dal 1995. Nonostante ciò questo stupendo patrimonio è costantemente soggetto a fenomeni di rischio, provocati da una scarsa attività di restauro e manutenzione.
Prima di poter analizzare i caratteri generali delle cause di degrado nell’ambito del patrimonio chiesastico napoletano è necessario soffermarsi su un concetto basilare.
L'ingresso di un Bene Culturale o di un patrimonio storico-artistico, quale può essere un centro storico di una città, rappresenta per il Comune e la Regione un prestigioso traguardo.
Naturalmente accanto al conseguimento di questo specifico ed influente obiettivo, il Bene in questione aumenta di valenza, e contemporaneamente si manifestano maggiori responsabilità ed obblighi da parte di chi gestisce tale Bene. Tanto più il Bene Culturale in questione cresce d'importanza, sino al raggiungimento del suddetto riconoscimento, tanto più la sua tutela, la sua conservazione e salvaguardia dovranno essere curati in maniera accorta in un processo operativo di gestione, capace di aggregare molteplici settori.
Appare chiaro che un Bene come ad esempio il Colosseo, l'Arena di Verona o il sito archeologico di Pompei siano nell'immaginario collettivo Patrimonio dell’Umanità per l'eternità.
Se da un punto di vista concettuale questa affermazione appare corretta, va precisato che in realtà molto spesso la parte materica che costituisce un bene storico-artistico può degradarsi sino al punto di pregiudicare l’esistenza del bene. In fondo è la loro stessa antichità a consumarli.
Se dal punto di vista tecnico-diagnostico la metodologia di indagine finalizzata al restauro individua molteplici fenomeni di pericolosità e di rischio, dal punto di vista teorico è opportuno specificare che il degrado di un monumento scaturisce da due fattori consequenziali molto semplici. Il primo fattore è la perdita della memoria storica, del ruolo e della valenza che tale edificio riveste all’interno della comunità e che determina l'incuria e l'abbandono da parte dell'uomo. Il secondo fattore, strettamente connesso al primo, è il degrado della materia che segue all’abbandono, sinonimo della vittoria della leggi della chimica sull'operato dell'uomo.
Quindi un’operazione di riqualificazione di un edificio storico deve rivolgersi in primo luogo alla comunità, recuperando la memoria storica, il ruolo e la valenza del monumento. Grazie a questa operazione di sensibilizzazione il monumento può divenire portatore di un’immagine simbolica riconoscibile da tutti.
Un'altra fase importante per la riqualificazione di un edificio è l’indagine diagnostica finalizzata al restauro. Essa si compone di specifiche analisi chimico-fisiche che vanno a individuare la composizione materica, la condizione del bene, la natura di eventuali alterazioni e le cause di deterioramento al fine di indicare le giuste operazioni da effettuare.
Nello specifico la gamma dei fenomeni di degrado delle 300 chiese, oggi trattate, sono molteplici ma, attraverso un processo di sintesi, possiamo individuare una serie di fenomenologie presenti in pressoché tutti i monumenti architettonici. Distinguiamo fattori naturali e antropici di pericolosità.
I fattori naturali vengono genericamente riconosciuti nell’azione degli agenti atmosferici: in particolare il fenomeno della pioggia battente, il gelo e le variazioni di temperatura, la cristallizzazione dei Sali, derivante dall’assorbimento dell’acqua da parte di materiali porosi, gli effetti del degrado eolico, la crescita di vegetazione che produce la formazione di alterazioni biologiche.
Tali fattori naturali danno origine a fenomeni di degrado che possono essere accelerati ed aggravati dall’inquinamento ambientale. Infatti negli ultimi decenni l’azione esercitata dall’inquinamento atmosferico delle aree urbane è aumentata esponenzialmente ponendo al restauratore un nuovo ambito di studi volti a definire le soglie di tolleranza di tali agenti per i monumenti.
Nel caso del patrimonio storico-artistico chiesastico napoletano sono a rischio proprio quei materiali lapidei, sia naturali (come i marmi, i graniti o il tufo), sia artificiali (come stucchi, malte, intonaci) esposti all’aperto.

Nel campo del restauro architettonico gli studi condotti hanno prodotto l’enunciazione di tre tipologie fondamentali di rischio:
1) Degrado da erosione, quando l’azione dei fattori ambientali naturali, unitamente agli inquinanti presenti nell’atmosfera, danno luogo alla perdita di materiale lapideo dalla superficie del monumento.
2) Degrado da annerimento, quando il particellato carbonioso, la cosiddetta polvere nera produce, depositandosi sulla superficie del manufatto, “l’annerimento” del materiale lapideo. (“polvere nera è essenzialmente composta da carbonio incombusto amorfo, più tracce di altri composti che si può ottenere come sottoprodotto della combustione incompleta di una qualsiasi sostanza organica”)
3) Degrado fisico, ossia l’insieme di una serie di processi di degrado che sono relativi alla status fisico del manufatto. Sono cioè quei fattori associati alla porosità della materia ed alla struttura dei materiali lapidei, capaci di determinare alterazioni termiche ed igrometriche con conseguenti danni fisici.

Ai fattori di pericolosità ne conseguono le principali cause di degrado che sono: fessurazioni, fenomeni di decoesione e frammentazione della pietra, distacchi delle superfici decorative, alterazioni cromatiche causate da fenomeni d’umidità di risalita capillare, presenza di particellato incoerente, lesioni e difetti strutturali di volte e cupole, erosione marcata delle superfici, perdita di parti e frammenti, fratture, corrosione e disgregazione delle superfici plastiche, presenza diffusa di attacchi biologici.
A questi fenomeni di degrado si sommano poi in seconda battuta i danni prodotti dall’azione dell’uomo, attraverso atti di vandalismo o interventi precedenti di restauro svolti al di fuori di qualsiasi prassi metodologica di restauro, incapaci di applicare i principi di reversibilità, riconoscibilità e minimo intervento.
Citiamo a titolo esemplificativo la diffusa presenza di stuccature e rifacimenti di parti mancanti eseguite con impasti di malte non idonee, l’utilizzo di cemento o la presenza di grappe metalliche.
In conclusione un progetto di restauro deve analizzare e riportare una descrizione dettagliata dei fenomeni di degrado mediante i dati acquisiti dalle analisi. Solo mediante questa tipo di metodologia il restauro può operare in modo corretto ed assicurare la conservazione e la permanenza alle generazioni future di questo nostro straordinario patrimonio.





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